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Challenge su TikTok: è davvero istigazione al suicidio?

Aggiornato il: feb 18


La drammatica morte di una bambina di Palermo per soffocamento, ha riportato alla luce il tema delle sfide sui social network, e dei pericoli che rappresentano. Secondo un'ipotesi non ancora confermata, infatti, la bimba di dieci anni si sarebbe soffocata per partecipare a una "Blackout challenge". La blackout challenge, per chiarezza, su TikTok non è una sfida al soffocamento, ma è un gioco in cui i ragazzi si mostrano in una situazione (ad esempio stesi sul divano) e dopo una schermata nera, il blackout, si ritrovano in una situazione completamente diversa (ad esempio a fare una verticale in spiaggia). L'interpretazione data, quindi, è forse un sottofilone della challenge ancora non confermato. Un equivoco simile era accaduto anni fa con il fenomeno della sfida Blue Whale, rivelatosi molto meno diffuso di quanto la copertura giornalistica lasciasse credere. In ogni caso, l'evento ha portato a una verifica da parte del Garante per la protezione dei dati personali, che vuole essere certo che TikTok stia facendo tutto il possibile per verificare la vera età degli iscritti. Al di là di questo caso specifico, sicuramente sui social sono individuabili giochi che mimano il soffocamento e che con certezza hanno portato alla morte di alcuni utenti. Questo è il caso di Igor Maj, ad esempio, un ragazzo che nel 2018 era stato trovato morto soffocato dopo aver partecipato a un "blackout game". Risulta quindi fondamentale trovare il giusto modo di difendere gli utenti meno strutturati e più portati a una emulazione rischiosa.


È istigazione al suicidio?


Al di là di questo, ci si chiede spesso: i social network come possono essere imputabili per questi fatti? Si tratta, a tutti gli effetti, di una diffusione di contenuti che istighino al suicidio? Probabilmente no: lo chiarisce in un'intervista a Wired Giuseppe Vaciago, legal advisor di Chi Odia Paga. "Il delitto di istigazione si verifica quando vi è dolo, ossia la coscienza e volontà di determinare l’altrui suicidio. Non è punita l'istigazione colposa.", chiarisce Vaciago.


Difficile dimostrare che un social network diffonda intenzionalmente questi contenuti per istigare al suicidio, così come dovrebbe essere dimostrata anche la volontà di chi ha postato la presunta challenge.


La responsabilità dei genitori


Se quindi non c'è una legge che ancora determini chi possa o non possa usare i social, e come debba essere identificato, di sicuro esiste una direttiva europea sui servizi dei media audiovisivi (direttiva (UE) 2018/1808), che prevede l’introduzione di sistemi di verifica dell’età e sistemi di parental control che dovranno poi essere affidati alla vigilanza dei genitori. Allo stesso modo il Tribunale di Parma, con la sentenza numero 698 del 2020, ha disposto che i genitori abbiano l'obbligo di monitorare con costanza gli smartphone e i computer dei figli minorenni, predisponendo gli appositi filtri di controllo. Concretamente i contenuti presenti sui telefoni cellulari dei minori devono essere oggetto della costante supervisione da parte dei genitori, per prevenire quelle condotte errate del minore, dettate dall'ingenuità o dall'imprudenza. In questo è importante anche, ovviamente, che i genitori si tengano informati e coinvolti, non demonizzando la tecnologia ma riconoscendone i pericoli.


Il ruolo della stampa


Un dubbio che sempre emerge, quando si leggono queste notizie, è se la grande visibilità data dai media possa amplificare tali fenomeni, rafforzando il meccanismo di emulazione. Su questo caso frequentemente si cita l'esperimento fatto nel 1978 con la metropolitana di Vienna. All'epoca, infatti, i giornali diedero molto spazio ai suicidi di persone che si lanciavano sotto la metropolitana, facendo scattare il sospetto che molti di questi fossero casi di emulazione.


Per questo nel 1987 furano pubblicate linee guida che chiedevano ai media di non parlare di suicidi nei titoli, di non fornire dettagli scabrosi e non dare troppo risalto. Le vittime calarono, e il dato è rimasto costante fino ad oggi. Segno che, forse, qualcosa di simile potrebbe essere applicato anche alla narrazione di queste challenge.


L'educazione è il primo passo


A che età è accettabile che un minore usi i social da solo? Cosa è giusto pubblicare e cosa non lo è? Come si possono insegnare ai ragazzi i pericoli legati alla privacy? Chi farà luce nella loro educazione sull'esistenza dei reati d'odio e su come evitarli? Questi sono i grandi temi alla base delle fenomeno delle challenge e sono, ancor più delle leggi, l'unico modo di prevenire pericoli che non sempre possiamo prevedere. Perché Internet corre veloce, le opportunità aumentano e i pericoli pure: l'unica soluzione è costruire un'etica condivisa, essere tutti web-guardian di quello che accade intorno a noi, e imparare a fare e insegnare un uso sano di questi straordinari mezzi.

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