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  • Cristina Moscatelli

Monica Lewinsky: la paziente zero dell’odio digitale

Aggiornato il: gen 25

Diciamolo pure, non senza soddisfazione: oggi di cyberbullismo e di hate speech si parla anche in Italia. I due termini sono entrati nel vocabolario ed iniziative come il recente incontro triestino di Parole Ostili o la presenza di numerose pagine facebook e blog che trattano l’argomento mostrano la crescente consapevolezza sul tema, tuttavia non è sempre stato così. Infatti, se è vero che non è una novità l’utilizzo del web come strumento per attaccare la reputazione delle persone o per promuovere conflitti tra gruppi sociali, è solo da pochi anni che possiamo osservare un dibattito vivace a riguardo, anche al di fuori degli studi di psicologi e sociologi. Questa introduzione per dire che abbiamo deciso di far vincere la nostra prima medaglia d’odio ad un caso non certo recente e che, con tutta probabilità, non deve alla difusione tramite web la sua fama, ma che ci è sembrato un ottimo simbolo di quel moderno processo di umiliazione mediatica che può distruggere la vita delle persone. Prima di Tiziana Cantone, prima di Raccolta statistica, prima di tanti discorsi che si sono fatti su quanto possa essere giusto mettere alla gogna una persona per un singolo errore c’era Monica Lewinsky.

Sexgate

Per chi non lo sapesse Monica Lewinsky è principalmente nota per il sexgate, ovvero lo scandalo sessuale che l’ha vista coinvolta in una relazione extraconiugale con il suo capo, l’allora presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton. La relazione ebbe luogo tra il 1995 e il 1996 e venne alla luce nel 1998 e questa storia, ed in particolare l’accusa di spergiurio e di ostacolo alla giustizia mosse contro il presidente (che in un primo momento negò il fatto), portarono alla procedura di impeachment di Clinton. Certo è che questa storia non rese facile la vita della Lewinsky, forse potrebbe aiutare a mettersi nei suoi panni pensare all’imbarazzo che deve aver provato nel momento in cui furono trasmesse in televisione le registrazioni di alcune sue conversazioni avute con la sua ex collega Linda Tripp nelle quali parlava della sua relazione con il presidente e che la Tripp registrò di nascosto. Viene da domandarsi quale interesse (se non quello morboso) potesse avere l’opinione pubblica nell’ascoltare le registrazioni originali piuttosto che sentire la lettura delle trascrizioni, ma non divaghiamo.

Dopo lo scandalo

Dopo lo scandalo la Lewinsky cooperò con Andrew Norton alla stesura del libro “Monica’s Story” edito nel 1999 e nello stesso anno si fece intervistare da Barbara Walters in un programma ABC, disegnò una linea di borse fondando la compagnia The Real Monica, Inc, fece da testimonial per gli spot dell’azienda di diete Jenny Craig, Inc e fu corrispondente per il canale Inglese Channel 5, tuttavia non fu facile per lei. “L’umiliazione pubblica era lancinante. La vita divenne quasi insopportabile. Molte volte arrivai vicina al suicidio” disse la stessa Lewinsky in un’intervista e anche “la vergogna si appiccicava come il catrame e mi sentivo come se la mia identità e ogni strato della mia pelle mi fossero stati rubati“. Nel 2005 a causa delle grandi difficoltà professionali e lavorative causatele dalla sua fama si allontanò dagli Stati Uniti per trasferirsi a Londra dove si laureò in psicologia sociale alla London School of Economics ed evitò per anni di apparire in pubblico e cercò con scarsi risultati di farsi assumere da diverse organizzazioni di comunicazione e marketing. In un articolo per Vanity Fair, Riccardo Romani, racconta di averla incontrata nel 2014 proprio a Londra, racconta di una donna schiva, con pochi amici, nascosta dietro grandi occhiali da sole decisamente poco corrispondente all’immagine popolare che spesso la dipinge come astuta manipolatrice decisa a trarre ogni possibile vantaggio economico dalla sua storia.

La svolta del TED: un lieto fine

Nel 2014 e il 2015 Monica, dopo 10 anni dall’ultima volta, fece delle nuove apparizioni pubbliche in cui si schierò attivamente contro il cyberbullismo, così dice in un’intervista per Forbes: “Essendo sopravvissuta a tutto questo, ciò che desidero adesso è aiutare anche altre vittime di questo gioco dell’umiliazione a sopravvivere“. Dopo anni di imbarazzo e vergogna stava riuscendo a riacquisire la compassione verso se stessa che le serviva per vivere e voleva aiutare diventando un simbolo per tutte le persone pubblicamente umiliate, come a dire: se ce l’ha fatta Monica Lewinsky potete farcela anche voi. In particolare nel 2015 tenne un TED talk intitolato “The price of shame” che fu determinante per farle riacquistare fiducia in se stessa. Il proprietario di TED Chris Anderson nel suo libro TED Talks: The Official TED Guide to Public Speaking utilizza il TED di Monica come esempio per mostrare come un singolo discorso pubblico ben strutturato intorno ad un idea centrale possa cambiare la vita di chi lo tiene. Racconta di quanto Monica fosse ansiosa all’idea e di quanto avvertisse la pressione di quell’importante occasione in cui mostrare il suo punto di vista. In particolare l’idea vincente di Monica fu di non incentrare il discorso sulla discussione del suo scandalo personale, ma sul far capire l’ingiustizia generale del meccanismo di umiliazione pubblica (a prescindere dal fatto che fosse capitato a lei) e sul mostrare come quello che ha vissuto lei spesso succeda anche a ragazzini minorenni, insomma il TED ricevette una standing ovation e Monica riuscì a sfruttare la sua scomoda posizione per far passare un’idea: tutti sbagliamo, non si può rimanere crocefissi per sempre.






Fonte: askance.altervista.org


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