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Revenge porn sulla maestra torinese: richiesta condanna per la direttrice

Risale al 2018 la vicenda che ha visto coinvolta in un caso di revenge porn una giovane maestra torinese. La ragazza è stata costretta a dimettersi sotto pressioni della dirigente scolastica, dopo che la madre di un'alunna, trovando le foto della maestra nel gruppo del calcetto del marito, prontamente aveva condiviso in pubblico (nel gruppo whatsapp dei genitori) le immagini sessualmente esplicite che la ritraevano. Fu una vera e propria "gogna scolastica", ai danni della maestra.


Un assurdo atto misogino nei confronti di una donna, per mano di altre due. Il caso è stato rielaborato in chiave di protesta dal giovane artista torinese Andrea Villa: solidale con l'insegnante, ha chiesto ad altrettante colleghe di condividere con lui degli "scatti intimi". Quegli stessi scatti sono stati esposti fuori dalle scuole torinesi, con apposto l'hashtag #TEACHERSDOSEX. Così i corpi delle maestre sono stati volontariamente messi a nudo, in un atto provocatorio volto a ricordare al pubblico che "anche le maestre fanno sesso", per sottolineare come a volte l'opinione tenda a de-sessualizzare alcune figure professionali, o in modo più ampio, a giudicare le donne per la loro attività sessuale.




La denuncia per revenge porn e la richiesta di condanna


La giovane ha deciso di denunciare entrambe le donne, ricevendo anche il sostegno del sindaco Appendino: "Brava a denunciare l’accaduto, quello che è accaduto è la punta dell’iceberg di un modello culturale sessuofobico e maschilista".


Questo gennaio dopo le indagini finalmente la pm Chiara Canepa ha chiesto due condanne: 14 mesi per la direttrice dell'Istituto che l'ha licenziata e 12 mesi per la mamma di una bambina che ha ulteriormente diffuso i video e le foto nella chat dei genitori. I reati oscillano tra violenza privata, diffamazione e diffusione indebita di immagini sessualmente esplicite.


Così la maestra si è sfogata in aula: «Finalmente mi sono tolta un peso dallo stomaco. È stata dura ma ho potuto raccontare la verità su quanto è successo».


Quali strumenti per difendersi?


Sembra finalmente muoversi qualcosa a livello giuridico nella lotta al fenomeno del revenge porn, piaga che abbiamo visto crescere negli ultimi anni con l'utilizzo dei social network. Con l'introduzione della legge codice rosso è stato fatto un grande passo avanti nella definizione della condotta e oggi le vittime hanno diritto ad essere ascoltate da un pm entro 3 giorni dalla segnalazione del fatto alle autorità.


È inoltre importante essere consapevoli che esistono sul mercato strumenti tecnico legali per tutelarsi tempestivamente da queste condotte: parliamo ad esempio della raccolta in modalità forense delle prove del reato (detta anche legalizzazione), o dei servizi di rimozione dei contenuti sessualmente espliciti che ci riguardano. La legalizzazione è un processo volto a certificare l'autenticità delle prove che presentiamo alle autorità per la nostra difesa: uno screenshot potrebbe essere modificato tramite programmi di editing o fotoritocco, per cui la sua valenza risulterebbe opinabile. Da qui capiamo l'importanza di mettere al riparo nel modo corretto le prove che abbiamo a disposizione attraverso gli strumenti adeguati.

Successivamente, una volta cristallizzate le prove del reato, possiamo provare a richiedere il take-down dei contenuti che ci ritraggono. Esistono infatti servizi e procedure specifiche che permettono di richiedere ai provider la rimozione immediata e la deindicizzazione dei contenuti che ci riguardano, al fine di eliminarli definitivamente dal web e bloccarne la diffusione, o di renderli difficilmente recuperabili.






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